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– Mengistu Hailè
Mariam, il dittatore rosso che ha governato l’Etiopia dal

1977 al 1991,
è stato giudicato colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità. Il
processo è durato 12 anni e la sentenza è prevista per il 28 dicembre.
Mengistu nel 1991, prima che il suo regime fossa abbattuto dalla rivolta
del
Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai, riuscì a scappare e a
rifugiarsi in
Zimbabwe,
ospite del sui amico, Robert Mugabe. Conduce una vita assai riservata in
una villa alla periferia di Harare.
Più volte ha
rifiutato un’intervista
con il Corriere perché – a suo dire – gli è stato chiesto di evitare
qualunque dichiarazione. Mengistu è stato protagonista di una delle più
atroci repressioni che la storia africana ricordi. L’accusa ha provato
che era lui in persona a dare gli ordini di uccidere, torturare,
violentare chiunque si opponeva al suo potere. Nel 1974 il Negus
Neghesti (cioè il re dei re) d’Etiopia viene rovesciato da un colpo di
Stato militare, le cui intenzioni iniziali sono quelle di modernizzare
un Paese, fermo al medio evo. Un medio evo di splendore: l’Etiopia era
l’unico Stato africano che poteva considerarsi tale e nel XIX secolo
scambiava ambasciatori con i Paesi europei. Ma pur sempre un medioevo
dove la società era divisa in caste e dove il potere era tutto nelle
mani dei nobili e della Chiesa Ortodossa.
Ma ben preso i
miliari golpisti si dividono,
anche su come
gestire la rivolta eritrea, che dal 1962 insanguina la provincia
del
nord. Così da una congiura di palazzo, durante la quale vengono
assassinati i generali che fino a quel momento avevano gestito il potere
della giunta militare (il Derg), emerge come leader il colonnello
Mengistu. Mengistu chiede e ottiene il sostegno dell’Unione Sovietica
che invia ingenti quantitativi di armi e un numero imprecisato di
istruttori militari che aiutano lo aiutano a respinegere l’invasione di
truppe somale che avevano invaso il sud (l’Ogaden).
In Etiopia
comincia la crudele e feroce repressione
di ogni dissenso.
Centinaia di studenti e di intellettuali che avevano creduto in un reale
cambiamento della società vengono trucidati. Il “Terrore rosso” (come
passerà alla storia quel periodo) non risparmia operai, contadini,
commercianti. Basta un semplice sospetto per cadere sotto il pugno di
ferro della polizia politica del Derg. Ne fanno le spese soprattutto i
militanti dell’EPRP (Ethiopian People Revolutionary Party) il gruppo che
per primo aveva appoggiato la rivolta contro Hailè Selassie. Nel Tigrai
era nato due anni prima (nel 1975) il TPLF (Tigray People Liberation
Front) guidato da Meles Zenawi, l’attuale leader etiopico, che combatte
il Derg da posizioni filoalbenesi (l’Albania di allora del dittatore
Enver Oxa). Dopo una disastrosa carestia (1984), che vede per la prima e
unica volta affiancati nella corsa agli aiuto americani e sovietici, il
regime fa sprofondare ancor di più il Paese in uno stato di povertà
disastroso.
L’atteggiamento
italiano verso il dittatore,
che dopo aver
sterminato l’opposizione, guida il Paese con il pugno di ferro, è
benevolo. Il nostro governo (pur essendo Mengistu schierato
dichiaratamente schierato con l’Unione Sovietica in piega guerra fredda)
non gli lesina gli aiuti e alla fine degli anni ’80 viene gratificato
con il più dispendioso progetto di cooperazione mai finanziato da Roma:
800 miliardi (gestiti dal Fai, il Fondo Aiuti Italiani di Francesco
Forte) destinati al Tana Beles. Il progetto agroindustriale è faraonico
e per realizzarlo viene sbancata un’intera foresta di bambù e la
popolazione locale, gli shangilla, vengono deportati a migliaia di
chilometri di distanza. Oggi di quell’immensa opera non resta più nulla.
La caduta
del muro di Berlino,
segna anche la fine
dei dittatori
africani filosovietici. Il 22 maggio 1991 i tigrini e gli eritrei
entrano ad Addis Abeba e ad Asmara. Lui pochi giorni prima è costretto a
fuggire mentre 4 scherani del regime si rifugiano nell’ambasciata
italiana: uno si suiciderà poco dopo, il vice primo ministro Hailù
Yemeni, un altro, il generale Tesfaye Gebre Kidane, che aveva sostituito
il despota dopo la sua fuga, viene ammazzato nel giugno 2004, durante
una rissa nella palazzina che li ospita nel grande recinto
dell’ambasciata italiana a Addis Abeba. Quindici anni dopo, ne sono
rimasti due: Beranu Baye, suo ministro degli esteri, e il generale Addis
Tedla, capo di stato maggiore. L’Italia non li consegna finché nel Paese
vige la pena di morte. Ma Meles Zenawi, l’uomo che l’ha sconfitto e ora
guida l’Etiopia, ha promesso al Corriere che la pena di morte non
sarà applicata e verrà cancellata dai codici etiopici. Così Mengistu non
lascerà il suo esilio dorato e non sconterà la condanna, ma per i due
ospiti della nostra ambasciata potrebbero aprirsi le porte del carcere.
Massimo A.
Alberizzi
alberizzi@corriere.it
13
dicembre 2006 |