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Somalia:
preoccupazione dietro i sorrisi |
MOGADISCIO
– Quarantacinque giorni di lavori, 2.605 delegati, sei milioni di
dollari. Questi i numeri della conferenza di riconciliazione somala che
si è chiusa mercoledì a Mogadiscio tra applausi, festeggiamenti, canti e
balli, alla presenza, oltre che del presidente del governo federale di
transizione, Abdullahi Yusuf, del primo ministro, Ali Gedi, e di una
piccola delegazione internazionale tra cui il rappresentante dell’Onu,
François Fall (rimosso dal suo discusso incarico che lascia venerdì), di
ambasciatori e dell’inviato italiano del governo italiano, Mario
Raffaelli, giunti nella capitale dell’ex colonia italiana con un volo
speciale. L’atteggiamento ufficiale di tutti era improntato
all’ottimismo, ma dietro ai sorrisi di facciata si potevano scorgere i
segni di una profonda preoccupazione.
ASSENZE -
Alla conferenza infatti non hanno partecipato settori importanti della
società civile somala, parecchi clan, tra cui i potenti aer, duduble,
soleiman e murursade, e alcuni ex signori della guerra, tra cui Hussein
Aidid. Evidente poi la mancanza al tavolo della riconciliazione degli
islamici, sia dei moderati, sia di quelli legati alle Corti islamiche,
che l’anno scorso, in questi giorni, dominavano su Mogadiscio e la
Somalia. Per la verità il presidente Abdullahi Yussuf, un darod
migiurtino, si è mostrato molto disponibile verso gli altri clan e gli
oppositori. Nel discorso finale si è impegnato a rispettare il 2009 come
data finale del suo mandato. “Cederamo il potere a chiunque sarà eletto
dopo di noi”. Il vecchio Abdullahi ha fatto capire di non volersi più
ricandidare alle elezioni, con questo di fatto aprendo la guerra di
successione tra i suoi fedelissimi.
LUNGA STRADA - Ancora più chiaro il presidente della conferenza
stessa, l’ex capo dello Stato ad interim subito dopo la defenestrazione
di Siad Barre (gennaio 1991), Ali Mahdi. Lui, abgal hagonier, un paio di
giorni fa aveva dichiarato: «La fine della conferenza non segna la fine
dei problemi della Somalia. La strada da percorrere è ancora molta».
Leggendo poi i punti principali del documento finale – che sarà reso
pubblico venerdì –, aveva chiaramente promesso che avrebbe sottolineato
un punto qualificante: la speranza che al processo di pace fossero
aggregati «il gruppo di Asmara e i resti delle corti islamiche». Il
primo comprende quei dirigenti islamici che si sono rifugiati nella
capitale eritrea dopo la sconfitta delle Corti a cavallo tra dicembre e
gennaio scorsi, tra cui il capo dell’esecutivo di quel governo, Sheck
Sahrif Sheck Ahmed e l’ex capo del parlamento dell’attuale
amministrazione, defenestrato per dissensi con il presidente Abdullahi
Yusuf e con il premier Ali Gedi, Sharif Hassan Aden. Il riferimento ai
resti delle Corti, invece sembrerebbe diretto a Sheck Hassan Daher Aweis,
il capo storico le fondamentalismo islamico.
APERTURE - Questa politica di apertura che l’Italia perora da
tempo – attraverso Raffaelli - sembra ora avere anche la benedizione
degli americani, convinti dall’inviato speciale italiano a rinunciare ad
atteggiamenti intransigenti, che non oagano. Raffaelli ha spiegato: «La
pace si fa con i nemici. È difficile pensare di aprire trattative serie
se i nemici non sono invitati a sedersi al tavolo». Il Dipartimento di
Stato, per altro, continua a essere irremovibile sulla sorte dei
terroristi – non solo somali, ma anche stranieri – che ancora si trovano
in Somalia. Vanno assolutamente consegnati. I bombardamenti mirati
dell’inverno e della primavera scorsi non hanno dato nessun esito. La
Cia sembra proprio avere un po’ di problemi di intelligence nello
scacchiere somalo.
TALEBANI SOMALI - Secondo fonti solitamente ben informate dei
servizi etiopici, i feroci e fanatici miliziani islamici shebab (vuol
dire gioventù e sono i corrispondenti dei talebani) sconfitti nelle
sanguinose battaglie di gennaio, si sarebbero di nuovo raggruppati nel
basso Giuba, ai confini cioè con il Kenya, dove avevano i loro santuari
fino al gennaio scorso, e nel nord, ai confini con il Somaliland. In
queste aree addestrano a maneggiare armi e a costruire bombe giovani che
poi vengono inviati a Mogadiscio per compiere attentati contro il
governo o le truppe etiopiche loro alleate.
MINACCE DI GUERRA - L’incapacità degli organizzatori della
Conferenza di mettere attorno a un tavolo tutti i protagonisti del
rompicapo somalo potrebbe sfociare - come spiegano alcuni osservatori,
ma anche alcuni esponenti della società civile locale – in un rigurgito
di feroce guerra tra fazioni claniche, che le forze di occupazione
etiopiche difficilmente riuscirebbero a controllare. La situazione è già
tesissima a Jilib, nei pressi del porto di Chisimaio, dove da giorni
miliziani shikall si scontrano con i marehan. Nella Somalia centrale
invece se la danno di santa ragione murursade e awadle.
SOLDI CINESI - Mercoledì nel grande capannone dove è stata
organizzata la cerimonia conclusiva della conferenza, è scoppiata
un’ovazione quando l’ambasciatore cinese Guo Chongli, parlando ai
delegati, ha annunciato che il suo governo aveva stanziato un milione di
dollari per la ricostruzione della Somalia. Battimani e gente in delirio
con gli anziani e i capitribù in piedi urlanti di gioia, come sempre
accade quando si promettono soldi. Un altro passo della conquista cinese
dell’Africa. I diplomatici di Pechino offrono denaro un po’ ovunque, in
cambio di concessioni e prebende. Chiedono poi che i governi chiudano un
occhio sulle violazioni dei diritti umani, come l’utilizzo di condannati
ai lavori forzati fatti venire dalla Cina per costruire strade, palazzi,
ferrovie.
ATTENTATO - Sull’ultimo giorno di conferenza è piombato come un
macigno il fantasma di quello che è stato uno dei protagonisti della
società civile somala e che avrebbe potuto essere uno degli artefici
della riconciliazione: Ali Iman Sharmerke. Habrgidir aer, direttore
editore e animatore della Radio Televisione Horn Afrik il giornalista
otto anni fa aveva lasciato il Canada (che gli aveva dato il passaporto)
per tornare in patria e contribuire alla pacificazione della Somalia.
L’11 agosto è saltato su una mina telecomandata da una mano ignota che
aveva un unico intento: rinfocolare il caos. E forse c’è riuscita.
Massimo
A. Alberizzi, Corriere della sera
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